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OPINIONI/IL FATTO
Xdi Marco Balbina*

Brenton Tarrant Harrison, il primo Facebook killer
Mentre compiva la strage filmava il massacro con una telecamera, come fosse in un videogame, direttamente collegata in rete


Alghero, 16 marzo 2019

Può essere considerato il primo Facebook killer il 28 enne Brenton Tarrant Harrison, che ieri ha ucciso 49 islamici sparando all’impazzata in due Moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda. Mentre compiva la strage filmava il massacro con una telecamera, come fosse in un videogame, direttamente collegata a Facebook.

Ma non è stato il primo filmaker killer della storia. Prima, in questo ordine gerarchico della follia, viene la strage di Jokela School nella città finlandese di Tuusula, a 60 Km. da Helsinki. Il 7 novembre del 2007 Pekka Auvinen uccide nove studenti, ferendone più del doppio, subito dopo aver mandato un video su YouTube, in cui mostra la scuola teatro del massacro e pezzi fotografici raffiguranti un uomo che punta la pistola verso la telecamera. L’anno dopo, stessa scena con il giovane Matti Junani Saari, che massacra dieci studenti prima di suicidarsi con un colpo in testa. Seuhg-Hui Cho, invece, il Killer della Virginia Tech, pensò di spedire, come coup de theatre, prima della strage, un manifesto di 1800 parole, 43 fotografie e 25 minuti di filmato alla NBC.

Medioevo, ormai. Oggi ogni mediazione “artistica” può essere felicemente bypassata; non serve più quando ciascuno può essere regista, sceneggiatore e attore di se stesso e della sua “produzione” privata. Bastano una telecamera e un’arma giusta. Poi un clic. E’ il delirio della libertà, del just do it, del “fallo e basta”. Come scrive Franco “Biffo” Berardi “la tempesta di merda – shitstorm – è la forma generale (e attuale) della comunicazione nell’infosfera ipersatura”. Il rischio, aggiunge, è che questo tsumani di neurostimolazione che si abbatte sugli internauti, soprattutto giovani, possa “disattivare l’universalismo della ragione, riducendo la sensibilità e distruggendo i fondamenti del comportamento etico”. Ovvero, connessione dei cervelli senza congiunzione dei corpi.

Pekka Auvinen scrisse un Manifesto che girò per un po’ sul Web, dove si dichiarava seguace del darwinismo sociale: “Nessuna pietà per i deboli del mondo, per la merda umana. L’umanità è sopravvalutata (“Umanity is overrated”). E’ tempo di porre la selezione naturale e la sopravvivenza del più forte nuovamente al posto di comando”. La prima cosa che dice di odiare è l’uguaglianza. Nessuna sorpresa. Del resto, per chi crede solo nella competizione “naturale”, tolleranza, diritti umani, solidarietà sono spazzatura da mandare in discarica.

Anche Brenton Tarrant ha scritto un Manifesto che si è procurato di pubblicare sulla rete. Oltre al suo odio anti islamico, si dichiara suprematista bianco e fascista. Esistono solo i maschi bianchi, in lotta contro il resto del mondo, in mano al maligno.

Sembra un puro delirio psicotico, ma i suprematisti bianchi sono tanti in America e hanno avuto un peso notevole nell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Steve Bannon docet. Eppure, scrive sempre Biffo Berardi “la modernità è culminata nella formazione di una civiltà sociale, dove i bisogni comuni prevalgono sugli interessi individuali, e che punta a prevenire una guerra di tutti contro tutti”.

Il punto è che negli ultimi decenni abbiamo deragliato da questi principi, nella convinzione (errata) che l’individuo venga sempre prima della società. Dobbiamo al più presto rientrare nell’alveo della civiltà sociale che abbiamo frettolosamente abbandonato.

Ce lo chiedono Greta e i tanti giovani che proprio ieri sono scesi in piazza per salvare una terra saccheggiata e umiliata. Greta contro Brenton: questa sembra essere la biforcazione che l’umanità ha di fronte, e che si è palesata incredibilmente lo stesso giorno, davanti al mondo intero: la via etica ed ecologica deve sconfiggere il baratro folle e senza fine del darwinismo sociale. Senza timore della scienza e della tecnologia, e tanto meno dell’infosfera, che, anzi, saranno gli alfieri e i sicuri alleati dei giovani che salveranno il mondo.

* Scrittore


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Marco Balbina


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