..it
.it
Settimanale fondato nel 1972
Direttore Responsabile
Antonio Pirisi
AC


OPINIONI
Xdi Tonio Mura*

Il parco de “Lo Cantar”, ovvero un’idea per valorizzare l’antica fonte
L’antica fonte di Alghero, purtroppo soffre un destino fatto di lunghe dimenticanze e volenterosi slanci di nostalgia


Cagliari, 6 febbraio 2019

Gli ultimi interventi di pulizia e sistemazione dell’area risalgono a due o tre anni fa, sempre per la meritevole iniziativa di volontari. Poi di nuovo l’oblio. Il Cantar, l’antica fonte di Alghero, purtroppo soffre un destino fatto di lunghe dimenticanze e volenterosi slanci di nostalgia, questi ultimi assai brevi e molto distanziati nel tempo. La mia ultima visita risale a poco più di un anno fa, quando a passeggio col cane decisi di avviarmi verso la fonte. Alla vista della meta due cani a guardia del sito mi hanno letteralmente aggredito e solo la voce del padrone li ha fatti desistere. Il riparo della fonte era un bivacco abusivo, ben sorvegliato e inaccessibile ai visitatori. Evidenziarlo è stato inutile, perché niente e nessuno ha agito per restituire il bene alla piena fruizione dei visitatori. Eppure quell’angolo di campagna algherese racchiude una parte importante della nostra storia e ogni giorno ci offre una visuale del mare e della costa che è unica nel suo genere. Lo dico a ragion veduta, perché a farci caso le testimonianze racchiuse in pochi chilometri di costa sono davvero tante e significative da molti punti di vista.
Cominciamo dalla piccola spiaggia sotto il ponte di Calabona. Essa è la foce del Rio Calabona, un piccolo fiume torrentizio che in genere si secca nel periodo estivo e che da il meglio di sé in primavera. Ancora nel dopoguerra le donne raggiungevano questo luogo per lavare e stendere i panni, approfittando delle belle giornate e confidando sulla brezza di mare, che quasi mai manca. Era un luogo di socialità, dove le donne si scambiavano le ultime notizie e qualche “batturallumini”, e ancora oggi è rimasto tale per via della spiaggia di ciottoli e pietrisco, frequentata da imperterriti aficionados (tra cui io) e qualche nuovo arrivato, dalla primavera all’autunno. Purtroppo con la ricostruzione del Ponte il luogo ha cambiato un po’ i connotati, e la riqualificazione della spiaggia non è stata fatta come di dovere. Risulta compromessa anche la discesa che funge da ingresso e sono evidenti le opere provvisorie in cemento per l’esecuzione dei lavori, che proprio provvisorie non sono, visto che stanno ancora lì a impedire il flusso normale del Rio Calabona e il suo apporto di materiale utile al mantenimento della spiaggia. Con pochi e intelligenti interventi si può restituire decoro all’intera area, che diventerebbe la porta d’ingresso a quello che io desidero diventi il nuovo parco periferico della nostra città: il Parco de “Lo Cantar”.
Quando il Rio Calabona si seccava, le donne si spingevano più in là, e a meno di un chilometro di distanza trovavano la famosa fonte de Lo Cantar. Ancora oggi sono evidenti i lavatoi ma io conservo anche un altro ricordo: gli algheresi usavano l’acqua della fonte anche per bere, la preferivano a quella clorata che arrivava nelle case, là dove erano stati realizzati i primi impianti idraulici domestici. La zona era frequentata anche dai raccoglitori di lumache, perché era ricca di una qualità non pregiata ma abbondante: Lo caragol d’espagna, un vero e proprio endemismo che sopravvive ancora oggi. Sul lato mare, proprio in linea con la fonte, troviamo le antiche cave di arenaria che si fanno risalire al 1400-1500. Qui si ritagliavano i blocchi (cantons) che hanno dato vita alle molteplici costruzioni del nostro centro storico, blocchi che molto presumibilmente venivano portati nei luoghi di edificazione anche attraverso delle zattere. E’ opinione diffusa che la cava fosse collegata alla fonte, e che la stessa fonte offrisse ristoro ai picadors.
Decisamente antica è la miniera di Calabona, che si affaccia a mare con la galleria denominata Ribasso Giulio, ben visibile da un tratto di costa. Era conosciuta da Fenici, Cartaginesi e Romani perché ricca di rame. La sua storia parte da quei periodi lontani per arrivare fin quasi ai nostri giorni. Da piccolo giocavo alla muraglia e nei pressi della Torre della polveriera, insieme ad altri amici, si raccoglievano pietre color ruggine, che una volta spaccate si mostravano brillanti come d’argento. Erano i resti di materiali della miniera di Calabona che da lì, intorno agli anni 30, attraverso una passerella, venivano imbarcati e trasportati dalla Società Monteponi nell’iglesiente. In seguito ho saputo che si trattava di pirite che serviva ad alimentare l’impianto elettrolitico della miniera d’Iglesias.
Testimonianze più recenti e purtroppo più drammatiche sono rappresentate dai fortini della seconda guerra mondiale, alcuni dei quali si trovano esattamente nel pianoro al di sopra della fonte. Delle vere e proprie gallerie in cemento completamente interrate, bunker che forse fungevano da contraerea o semplicemente postazioni a difesa della linea di costa. Non me ne intendo. L’ultima volta che li ho visitati però veniva male anche ad accedervi, per quanto la loro frequentazione non sia rara e per ragioni non sempre tollerabili.
Questi brevi accenni per dire della ricchezza archeologica, storica e culturale che si raccoglie attorno alla fonte del Cantar, saltando la preistoria e i ripari sotto roccia che si affacciano sul golfo, ma anche tanto altro e soprattutto ciò che riguarda le infinite varietà di piante che compongono la macchia mediterranea. Stiamo parlando di un luogo davvero unico, forse senza eguali nel territorio del nostro Comune. Un luogo che attende di essere valorizzato e per cui mi azzardo nella proposta di farne un parco. Immagino anche le obiezioni a questa mia proposta, ma chiedo di prendere in seria considerazione anche l’elemento che ora vado a descrivere. In diverse parti d’Italia, anche già ricche di turismo, si è posto il problema di valorizzare le aree meno conosciute e meno frequentate. La risposta è stata la Land Art, cioè un’arte che nasce negli Stati Uniti tra il 67 e il 68 e che interagisce col territorio, unendo natura e cultura. Essa può occupare uno spazio o segnare un percorso, può fondersi col contesto o distinguersi in modo netto. E’ comunque un elemento di richiamo per i visitatori, che attraverso le suggestioni dell’arte vivono il paesaggio in modo originale, magari recuperando sensazioni non sempre immediate. Il Trentino Alto Adige, in questo modo, ha incrementato il valore delle sue valli e dei suoi boschi. Il fenomeno però è mondiale, e sono tanti gli artisti famosi e meno famosi che si cimentano o vogliono cimentarsi con questa forma di arte. Attraverso la Land Art, inoltre, si possono rievocare momenti di vita passata, il che sarebbe molto funzionale alla nostra situazione. In genere si utilizzano materiali naturali o del riciclo e l’invasività delle opere, talvolta notevoli per grandezza, non deturpa mai il paesaggio circostante, magari lo reinterpreta o lo esalta.
Spero che questa mia proposta non cada nel vuoto, che qualcuno la raccolga e voglia approfondire il discorso nei suoi vari aspetti. La strada che da Alghero conduce a Bosa è una delle più belle e più conosciute della Sardegna. Valorizzarne la parte più vicina alla città attraverso la realizzazione di un percorso che sia allo stesso tempo naturalistico, storico e artistico, sicuramente arricchisce l’offerta turistica ma soprattutto, nel caso specifico, restituisce alla comunità algherese la memoria delle cose che sono state e apre ad una forma d’arte che per certi versi è avanguardistica.

* Insegnante presso l’IPSAR di Alghero


- OPINIONI (index)

- ALGHERO
- 2019
- Tonio Mura


- FOTOGALLERY >>> 1 - 2 - 3 - 4
PRIMI TEMPI
X
X
X
X


1966
incontri
1970
iniziativa politica
1971 - numeri unici
alghero cronache
1972 - periodico
alghero cronache