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Ragionare di indipendenza dopo la prova delle ultime elezioni politiche
di Tonio Mura
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L'indipendenza non è qualcosa che si ottiene semplicemente perché la si chiede. La conquista dell'Indipendenza è lotta e bisogna chiedersi seriamente quanti sardi siano disposti a lottare per ottenerla





Tonio Mura

Alghero, 16 maggio 2018

Quando si dice che viviamo in una società complessa non lo si dice solo per evidenziarne le difficoltà a risolvere i problemi. Lo si dice anche in relazione al fatto che tutto è interconnesso, e una decisione che ci sembra buona per risolvere una tale cosa può interferire negativamente su un'altra, generando nuovi problemi, talvolta più gravi di quelli che si vuole risolvere.
Così è quando si sbandiera l'indipendenza dei sardi e della Sardegna come il toccasana di tutti i nostri mali!
Provo a spiegarmi meglio: l'indipendenza non è qualcosa che si ottiene semplicemente perché la si chiede, e di questo i Catalani hanno capito profondamente la lezione. La conquista dell'Indipendenza è lotta e bisogna chiedersi seriamente quanti sardi siano disposti a lottare per ottenerla. La lotta indipendentista presuppone che non uno, non dieci, non mille, ma tutti o quasi siano consapevoli del percorso che si va ad intraprendere, che non è gloria ma sacrificio. Prima di essere un fatto politico, l'indipendenza è un fatto personale, direi antropologico, qualcosa che distingue una comunità per senso di responsabilità e ricerca dell'autosufficienza. Il primato appartiene all'indipendenza della mente, a cui segue l'indipendenza politica. Rendere indipendente un popolo senza che esso ne sia fortemente convinto, conduce inevitabilmente a nuove forme di schiavitù o di tirannia. Ne sono un esempio alcuni paesi dell'est europeo, che pur liberi dal giogo sovietico continuano a mantenere gli stessi livelli di corruzione (forse anche di più) e hanno sostituito gli aiuti russi con quelli europei, peraltro usandoli per rinforzare i poteri che tollerano il malaffare e imboccando una preoccupante deriva razzista e neofascista (ne sanno qualcosa i giornalisti uccisi).
L'ultimo esempio ci porta a riflettere sulle difficoltà che si incontrano quando si vuole risvegliare la coscienza di un popolo che per anni è stato non solo sottomesso ma addirittura alfabetizzato al verbo del dominatore. Per questo sostengo che in primis viene l'indipendenza della mente, che va costruita o ricostruita attraverso processi culturali, processi purtroppo lentissimi e che non sono nell'interesse di chi detiene il potere, anche quando al potere ci arriva un rivoluzionario illuminato. Volendo sintetizzare: indipendenza della mente e processo culturale pro indipendenza sono due elementi inseparabili, il primo riguarda l'individuo, il secondo l'individuo all'interno di una comunità che coltiva lo stesso desiderio, quindi impegnata a dare all'indipendenza anche una dimensione politica.
In questa direzione il mio punto di riferimento è Gandhi, che ha intrapreso la lotta contro il dominio inglese e per l'indipendenza dell'India scegliendo il metodo educativo e nonviolento, cioè qualcosa di fortemente rivoluzionario e fuori dalle logiche del potere. Il primo appello è rivolto alla persona: "Non appena lo schiavo decida di non essere più schiavo, i suoi ceppi cadono. Egli libera se stesso e mostra la strada agli altri. La libertà e la schiavitù sono stati mentali. Perciò, la prima cosa è sapersi dire: non accetterò oltre il mio ruolo di schiavo. Non obbedirò più agli ordini in quanto tali ma disobbedirò ad essi quando siano in conflitto con la mia coscienza (…). Questo potrà significare sofferenza. La vostra prontezza a soffrire accenderà la torcia della libertà, che non può mai estinguersi". Questo scriveva Gandhi nel lontano 1946, collegando l'indipendenza della mente, del pensiero, alla libertà.
Ora, senza voler entrare nel merito o nel demerito delle parti, le ultime elezioni politiche hanno visto il popolo sardo fortemente schierato a favore dei partiti nazionali. Addirittura un partito storico come il PSD'AZ si è alleato con la Lega di Salvini, un partito che al contrario della Lega di Bossi punta ad assumere una dimensione non solo populista ma diffusa su tutto il territorio nazionale, con tentazioni razziste e antieuropee. Niente di più ostile, quindi, alla vera indipendenza dei sardi, cioè quella della mente: "Gli uomini che aspirano a essere liberi difficilmente possono pensare di rendere schiavi gli altri. Se cercano di farlo, non fanno che rendere più strette anche le proprie catene di schiavitù" (Gandhi, 1947). Chi impedisce agli uomini di muoversi liberamente, chi ha paura dello straniero, chi non è in grado di accogliere la persona in difficoltà o che vuole cambiare il suo futuro di miseria e di disperazione, non è una persona libera! Di conseguenza non sarà attraverso la Lega di Salvini che i sardi conquisteranno la loro indipendenza. Dispiace che il PSD'AZ sia un alleato, in nome di non si sa quale progetto per il futuro della Sardegna.
Più complicata risulta l'analisi del risultato ottenuto dal nuovo soggetto locale che ha affrontato le elezioni politiche, cioè Progetto Autodeterminazione. Se stiamo ai numeri non c'è stato il botto. Un magro 2,5 % a livello regionale fa pensare che chiunque si presenti con delle idee qualcosa riesca a raccogliere. Sul panorama nazionale abbiamo il corrispettivo di LeU. Idealmente ci si trovava anche in una situazione favorevole, perché tolto il PSD'AZ alleato della Lega, che addirittura rinunciava anche al simbolo per un seggio sicuro in Parlamento (che hanno ottenuto a Milano), sul campo non c'erano altri concorrenti locali. Facile pensare che i sardi "liberi" avrebbero fatto convergere i loro voti su Progetto Autodeterminazione, se non altro per rinforzare un certo ragionamento. Invece tutto ciò non è capitato, anzi è stato fatto un passo indietro, perché il M5S ha preso un pacco di voti ed è quel movimento che ha criticato i moti di indipendenza della Catalogna, peraltro senza cognizione di causa, solo per partito preso. Significa che in Sardegna il tema della indipendenza non raccoglie consensi oltre un certo limite. Ma c'è di più: diversi movimenti indipendentisti si dividono tra loro proprio sulle modalità con cui raggiungere l'indipendenza, attraversando territori di intransigenza o forme di collaborazionismo. Come era prevedibile che accadesse, dato il risultato non esaltante di Progetto Autodeterminazione, diventa normale vedere qualcuno dei promotori che se ne allontana, perché un 2,5 % non si nega a nessuno! Rimane uno zoccolo duro, fatto di persone volenterose e di capi storici del movimento indipendentista sardo, su cui ricade una grande responsabilità: rinnovare il metodo e il linguaggio del messaggio, rimodulare le idee di indipendenza e costruire un percorso che dal basso coinvolga le comunità, inizialmente con uno stile più educativo che politico. La parola che per Gandhi esprime questo concetto è Swaraj, che vuol dire governo di sé e autodisciplina. Il percorso comincia con l'educare la persona, per poi trasferirsi alla comunità e alla nazione. "Il cammino verso lo Swaraj è una salita faticosa. Esso richiede cura dei particolari, significa un'ampia capacità organizzativa, penetrazione nei villaggi al servizio esclusivo degli abitanti. In altre parole, significa educazione nazionale, cioè educazione delle masse. Significa un risveglio della coscienza nazionale delle masse" (Gandhi, 1925).
Sul piano pratico bisogna cambiare la mentalità dei sardi, ormai fortemente condizionata da tutte le forme di assistenzialismo attivate dallo Stato padrone e colpita dalla sindrome di Stoccolma, cioè innamorata dei suoi tiranni! Perché è più facile abbandonarsi alla volontà dei dominatori che sopportare le conseguenze della resistenza. Per Gandhi la lotta più dura non è stata quella contro gli inglesi ma quella per risvegliare le coscienze dei suoi connazionali, a tal punto da lasciarci la vita. E così sarà in Sardegna, per i sardi, per quella maggioranza che alle politiche ha votato a favore dei suoi padroni. Pane al pane e vino al vino, perché la prima cosa è la chiarezza e la consapevolezza della realtà.
Sempre sul piano pratico bisogna comprendere sino in fondo che la nostra ormai cronica condizione di disoccupati non aiuta, e che questa condizione non è una fatalità ma il calcolo diabolico di chi ci considera una colonia. La prima forma di schiavitù consiste nel mantenerci nella condizione di bisogno, limitando fortemente le nostre potenzialità di sviluppo e di autodeterminazione. Per noi sardi la prima bugia dello Stato dominatore è scritta nella sua Carta Costituzionale, è cioè che "L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro". Mi spiego: a noi sardi il lavoro non viene dato ma tolto! Quanti sardi, ad esempio, lavorano sulla Tirrenia? Lo Stato italiano ci paga perché l'agricoltura sarda cresca o perché rimanga economicamente marginale? I grossi introiti del turismo rimangono in Sardegna o finiscono per essere investiti da altre parti? Le fabbriche sarde, quelle poche che sono rimaste, in che maniera ridistribuiscono parte dei loro profitti sulla nostra isola? Mi fermo qui, perché l'elenco sarebbe lunghissimo, e andrebbe a toccare anche la scuola, che non per niente chiamiamo "italiana", e la difesa di quella che può essere considerata l'anima di una comunità identitaria, cioè la lingua, quella lingua che da subito ci è stata negata.
Ho scritto queste righe perché voglio dare il mio personale contributo a una lotta che deve necessariamente riprendere vigore, però con spirito e intenti rinnovati. Non è la lotta dei leader ma quella di tutte le persone che vogliono ritornare ad essere libere, dentro e fuori le loro case, che guardano con fiducia al futuro e agiscono per soddisfare un bel desiderio: consegnare un'isola migliore ai nostri figli.

* Insegnante presso l’IPSAR di Alghero
Gandhi (Ph courtesy www.gandhimedia.org)

1966
1970
1971
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