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Rinnovamento e conservazione nel mondo cattolico
di Tonio Mura*

La grande sfida di Papa Francesco a 5 anni dalla sua elezione
e a 50 dalla chiusura del Concilio Vaticano II






Tonio Mura

Alghero, 24 marzo 2018


Per quello che riguarda il mondo cattolico, nel 2018 si incrociano tre temi che scottano: i 50 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, la dispersione dei voti cattolici in politica e le contestazioni interne alla Chiesa istituzionale nei confronti del magistero di Papa Francesco (di cui ricorrono i 5 anni dalla sua elezione). Quello che segue non è un intervento di poche righe, per cui al lettore si chiede o di fermarsi qui (rispetto le ragioni di chi non vuole proseguire) o di procedere fino alla fine, per cogliere le connessioni profonde tra un tema e l’altro.

Partiamo dal primo tema: il Concilio Vaticano II è stato il primo concilio della Chiesa Cattolica ad occuparsi in modo diretto della pastorale, e con la pastorale sono venute fuori problematiche che ancora oggi non hanno trovato una soluzione compiuta o sono lontane dall'essere risolte. Eravamo nel pieno della guerra fredda e il mondo era invaso da nuove armi nucleari. Già prima del Concilio Papa Giovanni XXIII pubblicò la Pacem in Terris e mediò perchè la questione cubana (con Fidel Castro al potere e il comunismo alle porte degli USA) non diventasse il pretesto per far scoppiare una terza guerra mondiale.
Esattamente in quel contesto e anche di quel contesto mondiale si occupò il Concilio Vaticano II (1965-1968), segnalando puntualmente le questioni più gravi e urgenti, come l'estrema povertà dei paesi del terzo mondo e il crescere delle disuguaglianze sociali, il pericolo rappresentato dalle ideologie totalitarie, la crisi che attraversava l'istituto della famiglia, l'imporsi di nuovi stili di vita lontani da una morale ispirata religiosamente, il crescente potere della finanza e l'influenza del liberismo in ogni settore dell'economia, la disumanizzazione del lavoro e dei processi produttivi ( con l'introduzione delle prime macchine robotizzate) e la politica che gradualmente ma inesorabilmente perdeva il senso della sua missione.
Stiamo parlando di 50 anni fa ma sembra ieri! Di conseguenza, alla scadenza del mezzo secolo, è doveroso chiedersi quanto possa aver influito questo Concilio nella vita politica e sociale dei cattolici distribuiti nel mondo e, per quello che ci riguarda, cioè in Italia, perchè le questioni rimangano invariate, alcune si siano aggravate e di nuove e preoccupanti ne siano sorte (ad esempio la rinnovata ideologia razzista o l’esclusione dei giovani dal mondo del lavoro).
Oppure bisogna fare un'altra riflessione e ammettere la progressiva perdita di autorevolezza del pensiero della Chiesa, soprattutto alla luce di alcuni fatti gravissimi che l'hanno coinvolta, come ad esempio lo scandalo della banca vaticana, lo Ior, (dove valeva la regola "pecunia non olet" ) o quello assai più orrendo della pedofilia. Prima di morire il card. Martini auspicava un terzo Concilio Vaticano, probabilmente perchè la spinta profetica del secondo Concilio ormai era fortemente rallentata, se non addirittura frenata da un clero in posizioni di difesa e da un laicato non sempre all’altezza della situazione, specialmente nel vecchio continente e nel mondo occidentale in genere, cioè nella culla del Cristianesimo e, guarda caso, anche dell’ateismo ideologico.

Il secondo tema: la dispersione dei voti cattolici. A parte qualche pallida imitazione, oggi non esiste più un partito politico come la Democrazia Cristiana (fondata da un prete, Don Luigi Sturzo, e di cui ricorrono i 40 anni dell’uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse) verso cui far convergere quasi in toto il voto cattolico. Eppure è con i governi a guida democristiana che l'Italia uscì dal dopoguerra e costruì il suo potere economico e industriale, tanto che ancora oggi siamo tra i primi otto Stati più industrializzati al mondo.
In seguito, a cavallo degli anni '80 e '90, si scoprì che la Democrazia Cristiana era tanto grande quanto corrotta e i fatti di Tangentopoli sommati ad alcuni processi di Mafia ne decretarono una inesorabile fine. Con essa sparirono anche gli altri partiti storici, ultimo il PCI.
E' l'avvento della seconda Repubblica, con la "discesa in campo" di Berlusconi. Per la prima volta i voti cattolici sono liberi anche se confluiscono in maggioranza in Forza Italia e nei partiti del Centrodestra, l'aggregazione che meglio di altre sembrava garantire una rottura morbida col passato. Assistiamo però a un progressivo scadimento della politica e della morale pubblica che non raramente interessa anche politici che si definiscono cattolici. Nella sostanza quindi, rispetto a prima non cambia molto, anzi la sensazione è quella descritta ne il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Eppure il Concilio Vaticano II aveva speso tante e tante parole sui laici impegnati in politica, dalla Costituzione pastorale Gaudium et Spes al decreto conciliare dedicato interamente all'impegno dei laici, l'Apostolicam Actuositatem. Ne consegue ancora una volta la solita domanda: se questa è l'aria che tira, a 50 anni dal Concilio Vaticano II chi segue ancora le istruzioni della Chiesa Cattolica?
E ritorna la provocazione del card. Martini, cioè quella di fare uno sforzo per interpretare i segni dei tempi e rinnovare la capacità della Chiesa di parlare agli uomini. Il crollo del PD (dove orbitano ex democristiani ed ex comunisti, in un clima post compromesso storico un po’ dimesso) nelle recentissime elezioni politiche ne è la prova, per quanto il PD avesse la presunzione di rappresentare il pensiero colto del mondo cattolico. Abbiamo anche la controprova, e cioè i voti cattolici verso il M5S, cioè in una direzione che mostra come gli ideali di una volta e la visione di futuro abbiano ceduto il passo all’improvvisazione dei nuovi tribuni del popolo, cioè i grillini.

Arriviamo al terzo tema: il pontificato di Papa Francesco, uno dei frutti più maturi del Concilio Vaticano II, cresciuto non in Europa ma in uno dei paesi ai confini del mondo, l'Argentina. Anche questo è un segno dei tempi, a maggior ragione se pensiamo che ormai la comunità più numerosa di cattolici si trova in America Latina e non in Europa, e cresce in Africa e in Asia.
La sensibilità di Papa Francesco verso i temi sociali e ambientali, di giustizia e di equità è arcinota, sembra rivoluzionaria ma in realtà si muove coerentemente nel solco della dottrina sociale della Chiesa, in particolare di quella dottrina che trova motivi di ispirazione nei vari documenti che il Concilio Vaticano II ha lasciato in eredità a tutta la comunità cristiana e non solo a quella italiana o europea.
In sostanza: quello che in Europa appare come un Concilio ormai ininfluente, nelle altre parti del mondo genera rinnovamento e continua a dare vigore al vivere cristiano, consegnandoci personalità dello spessore di Papa Francesco.
Tutto bene quindi? No, assolutamente, almeno per noi della vecchia Europa e per il clero più nostalgico e conservatore, purtroppo ancora molto influente nei palazzi romani. Papa Francesco dentro la Curia Romana sta conducendo quasi da solo una battaglia senza esclusioni di colpi, dove a volte anche la persona più fidata può in qualsiasi momento remare contro. Si pensi al caso dell'ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinal Gerard Ludwig Muller, poi sollevato dall'incarico. Non ha sopportato l'apertura di Papa Francesco nei confronti dei cattolici divorziati e risposati, ipotizzando (per la verità non da solo) un'accusa di eresia contro il Papa. Non parliamo poi delle reazioni al suo stile di vita tipicamente francescano, e ai vari appelli rivolti alle gerarchie affinchè adottino un tenore di vita in linea con lo stile della povertà evangelica (è a tutti noto che mentre il Papa andava a risiedere nella Domus Sanctae Marthae in un bilocale di 70 mq, dove alloggiano i prelati che stanno in Vaticano, rinunciando al suo personale appartamento, il Card. Bertone ristrutturava un superattico dieci volte più grande, sua attuale residenza vaticana).
L'invito rivolto ai Vescovi italiani di aprire le strutture diocesane per l'accoglienza dei migranti, poi, è caduto quasi nel vuoto. Sul piano politico ha trovato più avversari che sostenitori, soprattutto tra quelli che si vantano di voler difendere la nostra religione e i suoi valori.
Per alcuni questo Papa è comunista, terzomondista, ambientalista, anticapitalista, sincretista e chi più ne ha più ne metta. Etichette che puntano a screditare i suoi insegnamenti, e di conseguenza la dottrina del Concilio Vaticano II, quella che doveva rinnovare la Chiesa, fuori e dentro. La stessa recente lettera del Papa emerito Benedetto XVI per i 5 anni di pontificato di Papa Francesco diventa motivo di polemica per via degli omissis, che diventano più importanti e interessanti del contenuto centrale della missiva, tanto che il responsabile della comunicazione in Vaticano, Mons. Viganò, si è visto costretto a presentare le dimissioni. A questi cattolici chiusi in se stessi e nostalgici delle messe in latino, nutriti più di pensieri lefebvriani che conciliari, moralisti e tradizionalisti a tal punto da negare l’evoluzione recente del pensiero morale della Chiesa, tuttavia sfugge un particolare, che non è di poco conto: se è vero che l'Europa ha girato le spalle al Magistero della Chiesa, è anche vero che la stessa Europa è indifferente a qualsiasi insegnamento religioso, che siamo immersi in una cultura nichilista, cioè a-morale (che coinvolge anche una parte del clero e del laicato cattolico), che senza una forte spinta rinnovatrice non si va più da nessuna parte.
Il paradosso è evidente: la nostra rischia di essere ricordata come l'epoca dei cristiani atei, che entrano in chiesa non per pregare ma per apprezzarne le opere d’arte, che seguono Gesù Cristo non per il suo vangelo ma solo per definire una identità culturale, che va in massa ai funerali e contemporaneamente pensa che con la morte tutto sia finito. Davvero triste pensare che fra altri 50 anni, cioè quando si celebreranno i 100 anni del Concilio Vaticano II, magari in Cina o in Kenia, qualcuno ricorderà questi giorni e il pontificato di Papa Francesco per elencarne le tante resistenze messe in atto per fermare la forza del Vangelo e la sua perenne spinta rinnovatrice. Fatti che riguardano la politica Vaticana ma anche il resto del mondo, diviso non più dalle ideologie ma dalle religioni e dai continenti di nascita, dalle disuguaglianze sempre più marcate tra ricchi e poveri, dai nuovi dazi americani o dalla brexit, da una nuova corsa agli armamenti nucleari che vede coinvolti anche paesi sottosviluppati, da processi di delocalizzazione produttiva legati essenzialmente allo sfruttamento a basso costo della forza lavoro e all’apparente vantaggio che deriva dalla totale mancanza di leggi a tutela dell’ambiente.
Papa Francesco sa bene che la Chiesa, nell’epoca attuale, non può limitarsi ad una presenza di retroguardia e, tanto meno, può spegnere la fiamma del Concilio Vaticano II, per la grande speranza che ancora suscita in quelle che lui chiama le periferie del mondo. Il Cristianesimo stesso ha un suo senso se guarda al futuro con rinnovata fiducia, con uno sguardo globale che abbracci le aspirazioni dei popoli senza voce e oppressi, senza rimpiangere gli sfarzi del passato e senza rinchiudersi in una spiritualità lontana dalla vita reale e ostile ai cambiamenti.

* Insegnante di religione presso l’IPSAR di Alghero
ROMA - Piazza San Pietro
ROMA - Piazza San Pietro. Il Papa all'Angelus
ROMA - Papa Giovanni XXIII
ROMA - L'invito rivolto ai Vescovi italiani di aprire le strutture diocesane per l'accoglienza dei migranti, è caduto quasi nel vuoto
CAGLIARI - 7 settembre 2008. Silvio Berlusconi in occasione della visita di Benedetto XVI in Sardegna

 

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